Run away from Kolding

luca gioiello

Questo post è stato originariamente pubblicato sul blog Educare alla bellezza.

Era il 1983, Luca aveva 15 anni, aveva appena finito il secondo anno dell’istituto alberghiero di Aversa e da Napoli era arrivato a Kolding, Danimarca.

Era lì per la stagione estiva, con il professor Pane, il suo insegnante di cucina che da subito aveva visto qualcosa in lui. In quel ragazzino magro, alto, coi capelli perennemente spettinati, l’aria da smargiasso e le mani da pianista. E da cuoco. Lunghe e sfacciate mani da cuoco.

Il professor Pane era uno che “tu li vedi a questi Cracco, Cannavacciuolo e compagnia bella? Quello se li metteva tutti in tasca, piegati come una pizza a portafoglio e se li portava a spasso”. Insegnava, cucinava eppure ogni anno partiva per l’estero per fare un’esperienza nuova, diversa, di formazione, per tornare a scuola e dare ai suoi ragazzi sempre il meglio. Uno buono, che non aveva mai avuto la cazzimma di diventare anche uno famoso.  

E aveva scelto proprio lui, per quella stagione lì. L’estate del 1983 l’avrebbe passata in un resort sperduto nel niente. Dove faceva pure freddo, mannaggia la miseria.

In cucina non erano soli. Oltre a Pane, lo chef, c’era Bernard, il sous chef, che era danese, uno che non parlava mai – che poi manco lo avrebbe capito – e lavorava sempre e solo a testa bassa.

Il capopartita si chiamava Andreas, norvegese di nascita, un omone grande, enorme, almeno per i suoi occhi di allora, così grande che ogni volta che passava sotto la cappa Luca lo guardava sempre col terrore che avrebbe battuto la testa. L’unica parola che Andreas gli rivolgeva era “Bambino!”.

E poi c’era Mohamed, un turco. Lui non parlava mai e aveva una cintura con 5 coltelli sempre affilatissimi che usava per fare le sue magie con carne e pesce. E quando si annoiava… li lanciava. Senza preavviso.

Era tanto bravo quanto stronzo, Mohamed, perché in cucina si era preparato pure un tagliere a mo’ di bersaglio, dove via via incideva delle facce. Non avvisava mai quando lanciava quei cazzo di coltelli.

Lui, 15 anni, allievo di Pane, era il garzone tuttofare. Talento sì, ma tutto da imparare.

In quella cucina nessuno parlava inglese, nessuno si parlava, nessuno gli parlava.

Ma finché c’era Pane, finché stava lontano dalle strade di Napoli, finché imparava un mestiere e mamma era tranquilla, andava bene. Quattro mesi, che cosa vuoi che sia…

Dopo due settimane, Pane lo chiamò. “Mia sorella ha avuto un brutto incidente, devo andare a Napoli per qualche giorno e poi torno”.

Quella stagione estiva lontano da casa per la prima volta si trasformò così in un disastro.

Era minorenne, non poteva uscire da lì se non accompagnato.  Passava le sue giornate in una cucina dove non parlava con nessuno e poi in una camera stretta e piccola, dove la tv parlava una lingua che lui non capiva.

Era il più piccolo, anche dei ragazzi più giovani, dei camerieri, portieri, facchini del resort; non lo invitavano a uscire, non gli rivolgevano la parola. Non sapevano neanche come comunicare. Si sentiva un lupo in gabbia.

Le sue giornate erano un susseguirsi di cucina, piatti da lavare, cibi da impiattare, cose da portare, ordini comunicati a gesti da eseguire. E il silenzio.

Aveva trovato il modo di rubare le sigarette al portiere di notte quando gli portava la cena. Mentre lo ringraziava in quella lingua strana ed era distratto, lui faceva abilmente sparire pacchetti di sigarette. Un unico passatempo che non bastava a fargli affrontare le giornate che lo avrebbero portato alla fine dell’estate.

Gli mancava tutto. Sua mamma, i suoi fratelli, i suoi amici. Gli mancava parlare e farsi capire. Gli mancava ridere, scherzare. Correre libero. Imparare veramente a cucinare. Gli mancava la vita.

E in più era terrorizzato da Mohamed, quello dei coltelli.

Quello lì era peggio di quando l’anno prima la stagione estiva l’aveva fatta da Ciro a Santa Brigida, con Don Gennaro, dove ci stava uno di Secondigliano, Mimi’ ‘a Cammis, che visto che era “soggetto della situazione” e tutti lo prendevano in giro, lanciava coltelli per vendetta.

Mohamed però era più sadico, perché non si doveva vendicare di niente. Tu passavi davanti al suo bersaglio e… fiiiiu… toc. Giravi la testa e il coltello ti era passato vicino vicino, velocissimo, prima di conficcarsi nel legno.

Lui era uno che non aveva paura di niente, diceva, ma quella cosa lì, quella roba lì non lo faceva dormire di notte.

E se un coltello mi prende in pieno? Io me ne devo tornare a casa mia!

Quando il professor Pane, dopo aver rimandato continuamente il suo ritorno a Kolding, dopo ben 47 giorni, gli disse che il ritorno in effetti non ci sarebbe stato, nella sua testa di adolescente impavido e frustrato, e disperato, apparve l’unica inevitabile soluzione: la fuga.

I soldi erano l’unica cosa che non gli mancava in quel posto di incomprensione e desolazione, perché i danesi lo pagavano, poco ma sempre meglio di niente.

Non ci pensò due volte, non ci pensò mezza volta. La sua camera era in un piano ammezzato e quella notte preparò la sua valigia, fece un grande sospiro di incoraggiamento, prese tutto e si lanciò dalla finestra.

Che era più in alto di quello che pensava e si fece male, ma non si fermò.

Senza incontrare nessuno, zoppicando e dolorante, trascinandosi dietro la sua valigia lungo il viale alberato che portava sulla strada principale, uscì dal resort e cominciò a camminare.

Era buio, faceva freddo, e, ma ormai ci era abituato, non c’era nessuno. Niente di niente.

Cominciò a camminare verso quello che ricordava il centro abitato.

Fu fortunato, dopo 20 minuti passò un furgone. Cominciò ad agitarsi per farsi vedere, l’uomo si fermò e in una lingua universale dei gesti e delle onomatopee – ciuff ciuff –  gli fece capire che voleva andare alla stazione. L’uomo del furgone, nella stessa lingua, gli fece capire che poteva saltare su.

Non parlarono più. Era notte, era già stanco e non avrebbe capito niente più del solito.

Alla stazione di Kolding il primo treno che andava verso sud lo portava a Rotterdam.

Comprò il biglietto, nessuno gli fece domande, nessuno si preoccupò di quel ragazzino magro e sfacciato, evidentemente minorenne che vagava per il Nord Europa da solo.

Salì sul treno e dormì. Dormì per non avere paura, per non avere fame, per non pensare che forse i soldi fino a Napoli non gli sarebbero bastati. Per non pensare che avrebbero potuto fermarlo e… che cosa gli avrebbero fatto?


A Rotterdam gli andò ancora bene. I soldi gli bastarono per il primo treno per Parigi. Sempre più a sud, verso casa. Non vedeva l’ora. E aveva fame.

Ancora tutto filò liscio, nessun controllo, nessun “arresto”. Ma a Parigi era senza una lira. L’obiettivo restava quello di tornare a casa, quindi montò comunque sul primo treno diretto in Italia. Senza biglietto verso Ventimiglia.

Ancora nessuno lo notò, nessuno lo fermò. L’indifferenza lo rassicurava, lo proteggeva.

A Ventimiglia però la sua fuga finì, e anche se non aveva paura di niente, anche se si era attraversato mezza Europa da solo, era senza biglietto, senza documenti, che erano rimasti a Kolding, ed era minorenne.

A un certo punto qualcuno doveva pur accorgersene!

La polizia di frontiera italiana lo mise in stato di fermo. Un fermo ipotetico, perché erano più preoccupati per quello che aveva passato che per i guai che poteva combinare.
Insomma, così magro, così stanco, così sperduto, proprio criminale no!

Aveva 15 anni, senza documenti, stava scappando. Da chi? Da dove? Perché? Come aveva fatto a passare inosservato?

“Da dove scappi?”
“Non sto scappando, sto tornando a Napoli.”
E raccontò tutto.


“E se non ci volevi più stare lì, perché non hai chiamato tua madre che così qualcuno ti veniva a prendere?”
“Eh… Perché quella poi si preoccupa.”
Sopracciglia alzate, di uomini vissuti: “Ah, sì?… Lo sai che noi ora la dobbiamo chiamare, vero?”
Spalle alzate, di adolescente che sa che ha fatto una cazzata.
E chiamarono sua madre.

Nelle 24 ore durante le quali la signora Carmela, da Napoli, accompagnata da Tonio, il figlio maggiore, fu costretta a mettersi in viaggio per andare a recuperare il secondogenito scappato da Kolding, fu “adottato” dagli agenti.

Non mangiava da due giorni e se ne accorsero subito. Gli diedero tutto quello che potevano dargli e lui mangiò tutto quello che poteva mangiare. Lo fecero dormire, lavare. Lo fecero parlare, perché non parlava con nessuno da oltre 50 giorni.

Lo protessero e lo fecero sentire “ritornato a casa”.

Uno schiaffo, forte, fortissimo, incazzato e terribile e allo stesso pieno di amore e sollievo perché quel figlio matto era di nuovo sotto i suoi occhi; fu tutto quello che la signora Carmela fece quando arrivò a Ventimiglia.

E poi un abbraccio forte forte, di quelli delle mamme e poi “hai mangiato?”, “ma sei sicuro? Stai sciupato!”.

Tonio, un po’ distante, lo guardava con disapprovazione. “Ma ti rendi conto? Ma ti rendi conto? Tu si scem’ proprio!”.

E poi li misero su un treno per Napoli.

Mentre viaggiava, non da solo, col caldo nel cuore, sotto l’ombra rassicurante di sua madre, mentre finalmente si rilassava, pensò che non avrebbe mai più messo piede in una cucina.

***

Oggi, Luca Gioiello è chef patron del Ristorante Arcoriccardo, a Trieste.

Sono passati 36 anni da quella stagione fallimentare a Kolding e lui ha lavorato nelle cucine di tantissimi paesi, tra cui Olanda, Portogallo, Francia, Norvegia, Inghilterra e poi in Italia da Napoli fino a Trieste. Ha partecipato a oltre 100 concorsi di cucina, ha vinto tante medaglie. Ha costruito la sua carriera da garzone a imprenditore cuoco. Ha formato tantissimi giovani e ha talmente a cuore il suo lavoro che è diventato Presidente dell’Associazione Cuochi Trieste e le soddisfazioni più grandi gli arrivano quando i suoi collaboratori gli dimostrano che quello che lui ‘dà’ viene coltivato con rispetto.

Il lavoro di un cuoco è un lavoro di confronto, di scambio di esperienze, di fallimenti, di successi. È un lavoro dove anche quando non si parla la stessa lingua si deve trovare un modo per comunicare.

Perché chi fa il cuoco ha una missione importantissima, quella, grazie al cibo, di rendere felici le persone.

Oggi Luca Gioiello cucina ancora, cucina bene, suona il piano, si commuove se gli dicono ‘grazie’ e sa che un buon lavoro si fa pulendoli i coltelli e poi a fine servizio mettendoli via in ordine, non lanciandoli.

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