Loriana Ursich. Trent’anni in libreria

loriana ursich

L’1 aprile di esattamente trent’anni fa, Loriana Ursich ha iniziato a lavorare in una libreria. Oggi è la responsabile della libreria dell’Antico Caffè San Marco di Trieste, che è uno dei miei posti del cuore in questa città, soprattutto grazie a lei.
Il 19 marzo di questo stesso anno è stata invitata, a ragione, dalla Scuola per librai UEM a tenere una breve lezione sugli errori che un libraio non deve fare.
Io e Loriana oltre che a essere le Don Chisciotte che organizzano ostinatamente il Triestebookfest, da sole e senza soldi, siamo anche molto amiche e, a un certo punto, mi sono ritrovata in una delle mie innumerevoli sere passate al San Marco a discutere di festival e libri (e ciacole varie), ad aiutarla per la sua presentazione.
E poi le ho chiesto: mi regali il tuo intervento per il blog?
Lei ha detto sì, e io, per celebrare i suoi trent’anni di lavoro e, soprattutto, passione, oggi, con il suo permesso, lo regalo a voi.


Cosa NON deve fare un libraio? Scopriamolo!

A Loriana la parola!

Il nostro mestiere è una realtà delicata, complessa e molto personale. Anzi, una delle prime cose che i librai non devono fare è proprio quella di renderlo un mestiere impersonale, dimenticando di investire quello che siamo, dal nostro sapere alle nostre emozioni, nell’affrontarlo. In fin dei conti è il nostro essere umani, con pregi, difetti e imprevedibilità, con le giornate dritte e quelle storte, a renderci diversi dagli algoritmi che vogliono sostituirci nel mondo della vendita di libri on line.

Quindi partirò con il raccontarvi la mia storia di libraia, perché credo che conoscendo il mio percorso e la mia esperienza voi possiate meglio cogliere il senso dei miei ‘non fare’.

Ho iniziato questo percorso per puro caso per un’agenzia rateale della casa editrice Einaudi che nel giro di pochi anni si è trasformata in una libreria di varia e universitaria.

Dopo 25 anni, da un lato per delle necessità che mi hanno spinto fuori dal bozzolo, dall’altro per la voglia di crescere ancora, ho colto l’occasione di partecipare alla creazione di un progetto culturale che si poneva come obiettivo quello di avviare una libreria all’interno di un caffè storico.

Non, per di più, di un caffè qualsiasi, ma di uno dei più amati e noti, per la sua storia, in una città ‘letteraria’ come Trieste, a sua volta famosa per i suoi scrittori.  

Per spiegare in un attimo è il caffè che frequenta e dove scrive Claudio Magris. Si trattava di una sfida importante e ambiziosa. Il locale attraversava un momento di crisi e, pur se con una fama e una dimensione letteraria, non era mai stato libreria prima e quindi ci si poneva l’obiettivo di riportare ai suoi fasti iniziali un caffè da sempre legato al mondo culturale triestino e non solo, anche mutarne un po’ la natura, rendendola più complessa.

Dopo 5 anni questa sfida sembra vinta e in buona parte questo è frutto anche delle scelte che sono state fatte proprio in tema di assortimento.

1 – Una libreria NON deve essere priva di una sua specifica identità

Sostanzialmente Asterios Delithanassis e suo figlio Alexandros, titolari di una casa editrice e di una libreria posizionata non lontano, hanno preso in gestione il caffè, trasferendo al suo interno la loro libreria.

La libreria già esistente, però, doveva adattarsi al nuovo contesto, in qualche modo cambiare pelle. Così, se mi sono trovata a gestire una libreria con un target non molto diverso rispetto a quello a cui ero abituata nella mia precedente esperienza lavorativa, dovevo, però, gestire il ‘trapianto’ di una libreria che, incentrata sulla saggistica, precedentemente dava poco spazio alla narrativa. Mentre nel nuovo contenitore proprio la narrativa appariva essere un elemento strategico in una libreria che mirava, potenzialmente, ad avere una clientela molto più ampia e differenziata. E anche una libreria che, per il fascino e la storia del suo contenitore, doveva fare un salto di qualità.

Per questo ci siamo trovati, come punto di inizio, ad affrontare dubbi e domande; soprattutto, che tipo di cliente ci saremmo trovati di fronte? Per chi avremmo dovuto costruire la libreria nel San Marco? Sarebbe stata una scelta vincente il mantenere la stessa identità che l’aveva caratterizzata negli anni precedenti nella vecchia sede? Oppure dovevamo riuscire a crearne una nuova, capace di riflettere la storia passata sia del Caffè che della libreria? Allora abbiamo deciso che, vista anche la presenza di una grande libreria generalista dall’altra parte della strada, avremmo costruito una nuova identità, capace di essere forte, caratterizzata e di rispecchiare le due tradizioni.

Quindi, quello che ho imparato, è che la prima cosa che non bisogna fare è quella di non essere mai privi di una identità ben definita e riconoscibile. In questo preciso momento una identità vaga e indistinta, dal mio punto di vista, non paga.

L’identità di una libreria è esito di molti fattori. Nasce dalla sua collocazione spaziale (la strada, il quartiere, l’edificio, i vani che la accolgono) e dalla sua storia, o dalla somma delle storie che la compongono, e pure dalla storia di chi se ne occupa, in qualche modo dalla storia di chi ci vive e la vive, la libraia e il libraio.  Nel mio caso, la collocazione e la storia del locale erano sicuramente ben definite, però potevano essere un’arma utile, come rivelarsi una trappola. Infatti, chi fosse (o dovesse essere) il cliente – tipo era chiaro solo in parte. Al di là dello zoccolo duro, costituito da una clientela di target medio alto, “cresciuta” con me nella libreria in cui avevo lavorato e in parte coincidente con quella della prima parte della storia di questa libreria, ci sarebbe stata quella parte non irrilevante, per numero e per scelte, costituita dagli avventori del caffè, occasionali o affezionati che fossero, che andavano dagli studenti che venivano a studiare ai turisti italiani e stranieri.

È evidente che con un pubblico di questo tipo la cura dell’assortimento diventa un elemento cardine del lavoro in libreria. Soprattutto se consideriamo i consumatori e i visitatori del caffè clienti a tutti gli effetti e i turisti possibili lettori a cui non vendere solo la guida o la cartina.

2 – Una libreria NON può non avere una struttura chiara

Bisogna creare un assortimento che serva a “presentare” la libreria, definendola, ma la renda in ogni caso accogliente e accattivante perché per sua definizione non deve escludere nessuno. Difficile rendere questo in negativo. Forse si potrebbe dire che non bisogna essere una libreria ‘qualunque’, ma nello stesso tempo non bisogna essere esclusivi e pretenziosi.

Comunque sia, è evidente che, per fare questo, bisogna partire dalla struttura stessa della libreria e selezionare attentamente anche le sezioni che si vogliono sviluppare, sia per venire incontro alle esigenze del cliente sia per coprire argomenti eventualmente poco sviluppati in altri punti vendita ‘generalisti’ o con altre identità.

Ad esempio, nel mio caso, gran parte della saggistica è dedicata alla filosofia e alle scienze umane oppure nella sezione musica ci sono i libri di piccole case editrici specializzate. Diversamente ho scelto, dopo un anno di prova, di eliminare la sezione di guide di viaggio, tenendo solo qualche titolo strettamente locale, per i turisti, e semmai ordinare quello che serve ai miei clienti. Una scelta di cui non mi sono pentita. Mi sembra evidente che uno spazio che non rende, anche quando lo spazio c’è, è un danno per la libreria.

È molto importante che chi entra per la prima volta in libreria non si senta disorientato. Infatti, per il cliente è naturale muoversi tra i libri provando a trovare da solo quello che cerca o una lettura che possa interessarlo. Attraverso la disposizione dei libri e la scelta dell’assortimento che abbiamo fatto, noi librai possiamo dare già qualche indicazione e suggerimento alla sua prima occhiata superficiale, indirizzandolo.

L’assortimento e il modo in cui viene proposto crea un percorso sia fisico, quello che il cliente fa materialmente nella libreria, che intellettuale, quello che compie il suo immaginario scorrendo tra i libri. Il modo di costruire tale percorso varia in base alla conformazione della libreria stessa e deve tener conto che spesso non vi un ingresso bene definito e obbligato, ma che il cliente può scegliere dove iniziarlo. Tale percorso non deve essere casuale, ma deve essere capace di accompagnare il cliente in un cammino, libero, ma nello stesso tempo ricco di indicazioni e suggerimenti capaci di fornire stimoli, attenzioni, curiosità, immagini, interessi. Sono mondi che s’incontrano.

Può sembrare un’immagine forse un po’ esagerata e ‘letteraria’, ma è quello che accade con i libri, soprattutto quando si lavora con il libro di qualità.

Il libro giusto, che spicca all’interno di una sezione, può essere più indicativo di una targhetta o di un cartello che, e l’avrete già sperimentato anche voi, non viene quasi mai notato per quanto grande e visibile sia. Inoltre, il libro giusto posto nel luogo adatto può dare al lettore altre indicazioni importanti sulla qualità della libreria e «farlo sentire» a suo agio, nel luogo adatto, gratificandolo per la decisione di essere entrato proprio in quella libreria.

Talvolta i libri indicatori sono libri che sappiamo che venderemo con molta lentezza. Per fare un esempio, nella mia libreria “troneggia” sempre una copia del Libro Rosso di Jung che non vendo con la stessa velocità di un tascabile, ma che però vendo. Questo dice molto riguardo alle scelte che vengono fatte in libreria. Inoltre, nel suo lungo troneggiare nella sezione, il Libro Rosso indica la qualità della libreria e della comunità di lettori che la frequenta, rendendo gratificante il farne parte, e la conoscenza della libraia che lo ha ordinato e che quindi risulta affidabile e ricorda pure al cliente meno affezionato che quando avrà bisogno di testi di questo genere (anche solo per fare un regalo importante) che la libreria può essere in grado di soddisfare le sue esigenze.

3 – Un libraio NON deve temere di avere poche copie o di escludere qualche editore

Il libraio, quindi, nel disporre i libri, NON deve creare confusione, affastellando tanti libri in poco spazio in una sorta di effetto bazar. Meglio meno libri, possibilmente di faccia, capaci di attirare l’attenzione piuttosto che un indistinto assembramento che in realtà genera scompiglio. Nell’esposizione deve essere chiara la nostra scelta: siamo noi a proporre quel titolo mettendolo in evidenza e, quindi, stiamo facendo il nostro lavoro di librai; è come se dicessimo al lettore, con una sorta di indicazione tacita, guarda che ti proponiamo quello che vale la pena leggere in mezzo a una valanga di uscite.

Quindi, per ottimizzare lo spazio e rendere distinguibile l’offerta scelta da noi, non bisogna avere remore nell’avere poche copie per ogni libro e riservare i grandi volumi, le pile, solo a quei titoli che vogliamo “spingere” o che sono abbinati a specifiche presentazioni o a eventi organizzati negli spazi della libreria.

La libreria deve essere riconoscibile, ma NON deve essere scontata. Deve essere fonte di suggerimenti e proposte. Associate case editrici o autori che abbiano elementi in comune, legami, rapporti, suggestioni, magari mescolando libri di catalogo con le novità.

Talvolta nella saggistica amo fare piccole isole tematiche (per esempio ho messo insieme alcuni saggi dedicati ad aspetti diversi dei regimi totalitari, del presente e del passato. Libri che nella loro sezione non avrebbero occupato uno spazio contiguo).

Se possibile, si dia una grande attenzione anche all’effetto cromatico, ma non per un problema estetico, anche se l’armonia aiuta a fare l’ambiente… è importante evitare l’effetto monocolore perché non permette al cliente di visualizzare bene il libro. Bisogna creare sbalzi di luce e di colore, interrompere l’effetto ipnotico che creano copertine sempre più simili.

Per le case editrici la cui reputation non ha bisogno di promozione bisogna, però, comportarsi in maniera diversa. Case editrici come Adelphi, Sellerio o Iperborea, per fare degli esempi, si vendono meglio quando occupano lo stesso spazio. In tale caso molte volte il titolo o l’autore diventano quasi irrilevanti, e il lettore accetta quasi a scatola chiusa il suggerimento dell’editore.

Per questo NON bisogna di aver paura di selezionare le case editrici che vogliamo promuovere.

Molto spesso capita che clienti mi dicano di aver trovato in libreria libri che non avevano visto altrove. Se tale affermazione riguarda uscite ad opera di piccole case editrici indipendenti a cui noi diamo molto spazio, posso anche pensare che sia vero e che effettivamente non abbiano visto il libro in precedenza; tuttavia, se si tratta di un libro di grande diffusione, significa che sono riuscita a esporlo meglio, dandogli probabilmente la posizione che i lettori si aspettavano avesse.

Quindi si evidenzia nuovamente, importante, la nostra capacità di costruire la libreria insieme e PER il cliente/lettore. Non dobbiamo mai costruire la libreria per sé stessa o per noi, per soddisfare i nostri gusti personali. Neppure dobbiamo pensarla come un manufatto.

4 – Il libraio NON deve dimenticarsi dell’opinione dei clienti

La libreria, per il fatto stesso di metterci in relazione gli uni con gli altri e di creare attorno ai libri una comunità, deve essere considerata un organismo vivente, fluida, cangiante e il cui effetto sul cliente, proprio grazie alle relazioni che assumono la funzione di moltiplicatore, è sempre diverso rispetto alle singole parti che la compongono e, per di più, è diverso per ogni singolo lettore. E a volte, proprio come i libri, è diverso per il momento in cui il lettore entra nella libreria, per lo stato d’animo, le suggestioni quotidiane, addirittura per il clima atmosferico. Quindi noi siamo tenuti a rispettare la fluidità della libreria, e incoraggiarla. Noi non dobbiamo renderla statica e sempre uguale a sé stessa.

Questo significa che per molti aspetti il lettore che entra in libreria ha un ruolo in parte simile a quello di chi sceglie cosa esporre. Noi siamo chiamati a confrontarci con le scelte che facciamo.

Spesso chiedo ai miei clienti se sono soddisfatti delle mie scelte, senza temere anche le risposte che potrebbero non piacermi. Faccio attenzione alle reazioni dei clienti su cosa espongo e non mi vergogno di dire che se qualcuno non riesce a trovare qualcosa nella mia libreria ci resto un po’ male…

Tuttavia questo non deve essere un deterrente per non chiedere; il cliente non soddisfatto è quello che dà l’occasione, con il confronto, di migliorare. E questo anche nell’ottica di avere un assortimento che permetta il massimo risultato economico e non solo come occasione di crescita personale.

In questo senso una collaborazione importante è offerta dai promotori delle case editrici che possono aiutarci a evidenziare gli editori che più sono in linea con il nostro progetto.  Infatti, il rapporto con questi elementi della filiera del libro è uno dei più importanti.

Una volta definito il nostro progetto bisogna che questo sia chiaro anche agli agenti ed è, quindi, nostro compito riuscire a comunicarlo con esattezza e chiarezza.

Se questo avviene, avremo risultati migliori e perderemo entrambi meno tempo nel fare le prenotazioni delle novità e sarà loro cura tenerci aggiornati su quello che ci può interessare oppure proporci gli autori adatti per le presentazioni. Questo influirà in maniera molto positiva sulle rese, diminuendole.

Negli ultimi anni per noi librai si sono moltiplicate le occasioni di incontrare direttamente gli editori, sia per entrare in contatto con quelli che non conosciamo, sia per avere un’idea precisa dei progetti editoriali che stanno dietro a determinate scelte. E soprattutto queste sono occasioni utili per confrontare le nostre esperienze, per imparare. Credo che questo sia uno dei pochi mestieri in cui ogni giorno abbiamo l’occasione di migliorare e imparare.

E questo si riflette nella nostra capacità di costruire l’assortimento che, assieme, al modo in cui viene usato, è il vero potenziale di una libreria. Quindi dobbiamo avere il coraggio, permettetemi, di osare, di non fermarci là dove tutto sembra più facile.

In un mercato dove la qualità è sempre più bassa proprio perché schiava del mercato stesso e delle sue logiche dominanti che sono spesso frutto delle dinamiche economiche e sociali del nostro tempo e dei loro guasti, dobbiamo essere capaci di riappropriarci del nostro ruolo. E pensare più spesso che noi non facciamo i librai, ma SIAMO librai. Ho iniziato questo mestiere quando il computer non faceva parte della dotazione delle librerie. Le ricerche si facevano su carta sino a quando internet non ci ha dato la possibilità di accedere a tutte le informazioni possibili e utili in tempi ridottissimi. Io e i miei colleghi di quegli anni abbiamo usato l’unico strumento che avevamo a disposizione, la memoria, non utilizzata solo come banca dati, ma come uno strumento in grado di produrre relazioni complesse, di fornire informazioni e suggerimenti, di orientare. In tal modo si creava un proprio personale database che ci permetteva di “parlare” con il nostro cliente, e quindi di ascoltarlo, senza nasconderci dietro a uno schermo. Creavamo un contatto, lo accoglievamo. Questo non significa che oggi si debba rinunciare alla comodità e alla velocità dei pc e di internet; il farlo significherebbe renderci obsoleti. Significa che bisogna potenziare al massimo la nostra capacità, anche grazie alla memoria, di costruire relazioni complesse, fornire suggerimenti, suggestioni, orientare, costruire percorsi tra mondi.

5 – Un libraio NON deve dimenticare che è un “venditore”.

Tuttavia, non va mai dimenticato che noi siamo anche dei venditori e il vendere è il fattore che assicura la nostra sopravvivenza e quella delle nostre librerie. Per questo, l’impegno in tale procedura non è a perdere, ma è l’elemento che consente si assommare i risultati economici col progetto culturale originale che stiamo portando avanti e i suoi frutti.

Noi non vendiamo oggetti qualsiasi; ogni libro racchiude più mondi ed è sempre un veicolo di idee e noi ne siamo il tramite. Per tali ragioni, creare una libreria di qualità, con un’identità ben definita, è anche un progetto commercialmente valido.

In un tempo dove sembra necessario offrire al cliente una proposta per nulla dissimile da quella “quasi infinita” offerta dalle librerie online, scegliere deliberatamente cosa tenere può sembrare un controsenso, ma in realtà per molti punti vendita può rappresentare un vantaggio.

6 – Un libraio NON deve deprezzare il valore del libro e del nostro lavoro

Mi permetto di tornare sempre all’esempio della libreria che gestisco. Lo spazio non è molto, ma lo scontrino medio si aggira sui 23 euro, circa 10 euro più alto di quello nazionale (secondo le rilevazioni del 2017). Il che non significa che io non venda o non tenga libri economici, semplicemente non occupano lo spazio più importante e visibile della libreria. Costituiscono il nucleo centrale del catalogo di base e sono quindi a scaffale e di costa. Le case editrici che ho scelto per rappresentare il progetto della libreria, e sono in sintonia con le esigenze di qualità dei miei clienti, hanno mediamente un prezzo più alto.

Un prezzo che viene pagato, la maggior parte delle volte, senza alcuno sconto. Questo avviene perché ci teniamo a dare un segnale che significa che NON si deve deprezzare il valore del libro, ma soprattutto il valore del lavoro del libraio. E questo è sicuramente più facile quando il cliente si sente parte del progetto culturale che la libreria sta svolgendo. Anche solo nello scambio di informazioni tra libraio e lettore.

Soprattutto nelle librerie indipendenti, che per loro natura sono librerie di proposta, questo scambio è l’elemento più importante e si riflette nelle scelte che li libraio fa nell’assortimento.

7 – Il libraio NON deve mai dimenticare l’importanza che ha l’essere in sintonia con le esigenze del cliente

L’affermare che si possa sempre sapere chi sia o chi possa essere il cliente può apparire presuntuoso e anche azzardato. Ovviamente, questo è un obiettivo ‘ideale’ a cui ci si può avvicinare con diversi gradi di approssimazione. Tuttavia, si tratta di un obiettivo che è necessario cercare di raggiungere. Per questo bisogna prestare attenzione al cliente-tipo, cui già ho accennato, tenendo conto che non si tratta di una figura netta, univoca, definita una volta per tutta, ma fluida e sfaccettata.

Devo ammettere che io sono, e sono stata, una libraia molto fortunata. Ho iniziato questo lavoro in un’agenzia Einaudi attorno alla quale gravitava molto del mondo culturale della città e posso dire di aver visto crescere molti dei miei clienti, anzi per qualcuno sono la” libraria di famiglia”. Quindi nel momento che scelgo rispetto all’assortimento ho oramai presente molto bene chi si interesserà a quei libri. E nello stesso tempo ho creato un rapporto di fiducia tale che posso proporre io cosa leggere a chi cerca un libro nella mia libreria. Tuttavia, appunto, questo è un fine a cui si può tendere e che va costruito nel tempo. Ma questo è possibile, nelle diverse gradazioni, in ogni libreria e soprattutto in quelle che vogliono basare il proprio successo su una identità ben definita.

La capacità di un buon libraio di conoscere chi frequenta la sua libreria e di conoscere quello che offre fa la differenza fondamentale con gli algoritmi che operano nei siti di vendita online. Se ci fate caso, ogni sito di vendita online – e anche molta della pubblicità che vi raggiunge tramite un computer dopo che avete cercato un libro in internet – suggerisce al lettore altri titoli che vengono ritenuti legati a quello che lui ha scelto e cercato.

Gli algoritmi utilizzano i big data presenti in rete e che riguardano lo specifico lettore e quanto da lui fatto nel sito stesso. Tuttavia, questi, algoritmi rimangono impersonali e operano per ‘associazione’, producendo esiti spesso strani e tanto più inaffidabili quanto più il lettore è sofisticato e complessa la sua scelta.

La scelta ‘umana’ del libraio, nel proporre libri, è invece frutto della sua cultura, dei suoi valori, della sua personalità e della sua capacità di conoscere il cliente e rispettarlo. Si tratta di una scelta personale e analitica, che implica conoscenza reciproca e fiducia, e che per me è un vantaggio competitivo che deve essere valorizzato al massimo.

Proprio questo approccio personale e umano è elemento basilare nel fare di una libreria una comunità di lettore in cui è bello stare. Inoltre, l’esperienza mi ha insegnato che i clienti di una libreria creano a loro modo gruppi per similitudini di studi, di interessi, di frequentazione, anche politica, e che quindi non è difficile individuare tra essi individui che, in quanto rappresentativi di un insieme più vasto, possono diventare per noi punti di riferimento nel consentirci di scegliere l’assortimento in modo coerente e azzeccato. L’interazione con loro può guidare le nostre scelte e nello stesso tempo fornirci informazioni sui gusti e gli interessi di gruppi di lettori.

Per esempio, un caro amico e cliente da quasi 30 anni, qualche anno fa, mi ha stimolato a creare uno spazio dedicato a una tematica ora molto “in voga”, quella del diritto degli animali e del rapporto con la comunità umana. A quel tempo solo case molto piccole trattavano l’argomento e lui se ne era occupato per interesse personale. Insieme trovammo titoli e case editrici che, per prime, in quel momento parlavano dell’argomento, creando un tipo di spazio in cui si poteva passare da un argomento all’altro (zoologia, filosofia, diritto). Così, sono riuscita ad anticipare la tendenza e questo è un fattore sempre molto importante, anche per comunicare al cliente la capacità della libreria di essere all’avanguardia, di saper stare sull’onda dei mutamenti della società.

8 – Un libraio NON deve dimenticare di essere un punto di riferimento

In questa comunità noi non dobbiamo mai rinunciare alla nostra funzione di ‘influencer’. Un termine molto alla moda, che però indica quello che noi siamo, anche se purtroppo assai meno pagati dei famosi esempi di Instagram. Noi siamo elementi capaci di influenzare in termini positivi la società e la scena culturale della città in cui lavoriamo.

Perché, lo ripeterò all’infinito, una libreria di qualità non è una libreria che esclude; al contrario include, proponendo con cura percorsi di crescita e di confronto per la comunità che vi gravita attorno.

Devo confessare che questo è particolarmente rilevante per me a causa della storia del Caffè San Marco. Qui, infatti, nei secoli scorsi i triestini che desideravano l’annessione di Trieste all’Italia trovarono un luogo dove riunirsi. Ma non occorre tornare così indietro nel tempo. Oggi accade qualcosa di simile tra gli studenti che vengono qui a studiare: si fanno conversazioni, si pensa, si legge e si scrive.  

Per concludere, quindi, ripropongo un’idea in cui credo molto: il far sì che la libreria sia una comunità, cui le lettrici e i lettori appartengono anche per quei soli istanti in cui percorrono gli scaffali dei libri, è forse la vera alchimia

9 – Un libraio NON deve dimenticarsi la passione e il perché fa il libraio

Nello svolgere il compito che mi è stato assegnato, proprio tale convinzione mi ha spinta a fare scelte forse un po’ troppo personali. Ho cercato di raccontarvi cosa, secondo me, non bisogna fare in libreria e mi rendo conto che nel farlo sono stata guidata soprattutto dalla passione con cui faccio ancora, dopo 30 anni, il mio lavoro.

Una passione che ho visto in tutti i librai che ho conosciuto e che è il motore con cui si superano lo stress, la fatica e le inevitabili delusioni che il fare questo lavoro oggi comporta.

Per tale motivo, l’ultimo non fare che vorrei aggiungere alla mia lista riguarda proprio la nostra passione: per combattere le minacce che si affollano attorno alle librerie, NON bisogna perdere questo sguardo appassionato e continuare a mantenere viva la libreria e la comunità che ne fa parte.

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