Il paese delle prugne verdi – Herta Müller

Quattro giovani vivono e sopravvivono nella Romania di Ceauşescu, sotto il regime comunista, negli anni Ottanta.

Sono accomunati dal pensiero della morte sospetta di una giovane compagna e così, dopo aver solo sollevato il dubbio sul presunto suicidio e aver cominciato a respirare un po’ di libertà, attraverso letture e opuscoli censurati, scoprono di essere perseguitati.

È un libro fatto di interrogatori, pedinamenti, violenze, pensieri repressi, sospetto, povertà, regime.

L’amicizia è l’unica cosa che conta.

Il terrore è onnipresente e anche i sentimenti ne vengono profondamente contagiati.

Scritto in uno stile poetico e non di facilissima lettura, i paragrafi sono sospiri, respiri trattenuti, perché è la paura a farla da padrona. Il detto/non-detto di quella realtà angosciante è unico protagonista (se stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo […], se parliamo, diventiamo ridicoli).

Con questo testo Herta Müller ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2009. E non poteva essere diversamente nell’anno dell’anniversario della caduta del muro e della fine di quel regime di terrore in tutta l’Europa dell’Est. Un terrore testimoniato pienamente dalla storia raccontata dalla scrittrice.

Herta Müller è presente in ogni pagina di questo libro con la sua esperienza di vita. Anche lei, come i suoi protagonisti, si è rifiutata di collaborare con il regime e, perso il lavoro e impossibilitata a pubblicare, è stata costretta a rifugiarsi in Germania.

Un libro per ricordare un passato troppo recente, costellato ancora di troppi dettagli sconosciuti e di sospetti non chiariti. Un libro che affascina, rapisce e spaventa.

E un libro per avvicinarsi alla Romania, ai suoi artisti, ai suoi scrittori, alle sue persone, alla sua poesia; un paese che, oscurato dai pregiudizi altrui e diseredato dal passato a causa del regime, non riesce ancora a mostrarsi in tutta la sua bellezza.

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