Il grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald

Il libro della solitudine, dell’incomunicabilità e della ‘morte del sogno’. Eppure talmente bello e drammaticamente attuale che si legge tutto d’un fiato e si rimane sempre un po’ a disagio, perché, in fondo, tutti ingenuamente crediamo che le cose non vadano per davvero così. Sono storie che si leggono solo nei libri e nei film.
Nick Carraway, il narratore, è un giovane trentenne che decide di andare a New York per lavorare come mediatore finanziario e affitta una casa a West Egg. Proprio accanto alla sua modesta casa c’è quella di Gatsby.
Un luogo magico. Un luogo perduto. Un non-luogo dove le persone vanno tutte insieme senza mai incontrarsi.
E Gatsby? Chi è quest’uomo che si veste di rosa e che quando sorride ti irradia di rassicurazione eterna?
Un uomo che vive in funzione di un sogno d’amore. Che si è costruito e reinventato per quel sogno. E il finale non potrebbe essere diverso. Distrutto il sogno viene inevitabilmente distrutto anche Gatsby.
E tutto il teatrino se ne va con lui.
Non arriva nessuno al suo funerale.
Il prato della sua casa crescerà incolto e selvaggio.
Ci sarà solo Nick, che, nonostante tutto, continua a venerarlo perché rappresenta il suo alter ego, quello che lui mai oserebbe essere. E quel padre, orgoglioso. Dal quale James Gatz era scappato. Annullandolo addirittura col cambiamento del nome.
Gli altri personaggi, con le loro solitudini, accompagnano Gatsby e Nick nelle loro solitudini. Ed evaporano con la morte di lui, del grande Gatsby. Anche l’eterea Daisy, tanto amata.

Un libro bellissimo, nella sua drammaticità. Un libro di cui si potrebbe scrivere e parlare per ore. Un vero e proprio capolavoro.

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