Il cuore girevole di Donal Ryan

Siamo in un villaggio irlandese e, Pokey Burke, un imprenditore edile, a seguito dell’esplosione della bolla speculativa immobiliare, scappa a col bottino e lascia, senza lavoro, senza contributi e nel totale sconcerto, dipendenti e familiari. L’intero villaggio ne subisce le conseguenze ed è proprio l’intero villaggio che racconta la storia di Pokey e di come ha influito sulle loro vite. Un romanzo polifonico nel quale 21 voci, da Bobby Mahon, se non il protagonista, sicuramente uno dei personaggi principali, a Timmy, lo ‘scemo’ del villaggio, da Lily, la prostituta, a Kate, la proprietaria dell’asilo, raccontano gli eventi dopo la fuga di Pokey. E non solo quelli: i personaggi raccontano e si raccontano mettendo sul piatto i loro cuori. Il cuore girevole del titolo, che sta sul cancello della casa del padre di Bobby, rosso, solido, ma arrugginito e in balia degli eventi è infatti al centro di tutto. Ognuno racconta il suo che una volta è pazzo, poi colpevole, tradito, infranto, illuso, innamorato, e così via.

Il cuore girevole

La storia acquisisce elementi via via che qualcuno aggiunge il suo punto di vista; oltre alla fuga dell’imprenditore, a un certo punto viene assassinata una persona e un bambino viene rapito. E succede anche che capiamo che una vicenda ‘pubblica’ non può accadere senza avere ripercussioni sul privato. Anzi, passando attraverso tanti universi privati, vede amplificati i propri effetti.

Con la polifonia de Il cuore girevole ho percepito anche molto bene una cosa che spesso accade nella realtà: gli altri hanno una percezione di noi diversa da quello che abbiamo noi di noi stessi. Attraverso il coro di voci del romanzo emerge chiara e rumorosa la facilità di giudizio, l’interpretazione soggettiva dei fatti, anche se non ci riguardano; quello che noi facciamo per un motivo e che invece viene visto dagli altri in maniera completamente diversa. Quelle piccole invidie, cattiverie che ognuno si porta dentro. Le banalità del pensiero, mescolate a complicatissime ‘seghe’ mentali. Leggiamo, anche immedesimandoci a volte (tutti quei punti di vista lo rendono abbastanza facile), che non si può essere eroi agli occhi di tutti, specie se non lo si è agli occhi di se stessi. Questa molteplicità voci, coerenti, incoerenti, confuse, innamorate, deluse, ecc. è un aspetto che mi è piaciuto moltissimo, d’altronde è pura tecnica usata benissimo.

Il cuore girevole è un libro molto bello, scritto molto bene, ironico, a tratti tragico, diretto come piace a me, e tradotto in italiano da Andrea Binelli, ma forse avrei voluto una fine… più fine, perché non è che si sia tutto chiarito. Non per forza un lieto fine, che a modo suo c’è e nemmeno la risoluzione dei problemi e l’improvvisa ricchezza dei personaggi, è chiaro che non si tratta di una favola, ma qualcosa che mettesse un po’ di pace alla schizofrenia del libro.
Lo consiglio, però, perché fa fare un viaggio nelle menti e nei cuori umani di persone normali in balia degli eventi, in Irlanda, in una piccola comunità dove tutti conoscono tutti, nella normalità. Persone ‘piccole’ con grandi, grandissimi sentimenti, sia nel bene che nel male. È un libro che ci fa fare un viaggio attraverso i fallimenti e racconta una di quelle storie che vanno raccontate: il privato dietro la ‘crisi’.

Il cuore girevole è per chi dà troppa importanza a quello che gli altri pensano e anche per quelli ai quali non gliene frega niente. Per chi certe volte pensa cose brutte, bruttissime e poi ne ha paura. E per chi ama raccontarsi e leggere di chi lo fa.

Il cuore girevole

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