Fino all’ultimo inverno di Nadia Dalle Vedove

Fino all'ultimo inverno

Mattia, dodici anni, è stato abbandonato dalla madre ed è cresciuto in un bosco lontano da tutto solo in compagnia di Marì, che si è presa cura di lui dalla nascita. E fugge in città, senza sapere bene neanche lui perché, quando trova il corpo senza vita della donna. Cercare la sua vera madre? Abbracciarla? Ucciderla? Vivere?
Nella sua fuga verso un posto tutto suo, Mattia si scontra e si relaziona per la prima volta con altri esseri umani, che scopre essere ‘perduti’ come lui. Un crogiolo di solitudini che si incontrano, si scontrano e si salvano, per poi tornare nella loro “realtà disabitata”.

Fino all’ultimo inverno di Nadia Dalle Vedove è un libro particolare, che potrebbe non piacere a tutti per questo, nel quale non c’è luogo, né tempo; c’è l’eterna contrapposizione tra bosco, luogo isolato, nel quale non incontri nessuno e città, luogo di solitudini, nel quale la folla non fa compagnia, e questo tiene un po’ le linee. In realtà il romanzo è tutto un viaggio liquido tra tempo e spazio alla ricerca di un posto dove riposare. Il libro è anche un viaggio nelle mille sfaccettature del rapporto, che mai si esaurisce, tra genitori e figli: un’eterna contrapposizione tra odio e amore, abbandono e tradimento, tra il costante bisogno di avere qualcuno a cui appoggiarsi o qualcuno da sorreggere. I rancori e i dolori che vengono generati dalla perdita di quel qualcuno: una madre, un padre, un figlio.

Mattia sembra una vera e propria scheggia impazzita tra le pagine del libro, perché è solo e cerca risposte e incontra Sara, che invece gioca alla scheggia impazzita, bisognosa di attenzioni e in bilico anche lei tra rancore e dolore verso genitori assenti. E incontra poi Dora e Fabio, che in nome di un figlio che non c’è più, si fanno male, si amano, si odiano e, a modo loro, si ritrovano, un piccolo lieto fine necessario nell’intero scombussolamento di sentimenti che è questo libro.

Lo stile di Nadia Dalle Vedove è bellissimo, perché, pure essendo tutto spezzettato, è profondo ed è veramente denso. Le sue parole, le parole dei suoi personaggi, sono poche, ma talmente piene di significato che ci anneghi dentro. Dice tutto, lo dice bene con poco inchiostro, ma tante tante emozioni. Una storia difficile, dolorosa, raccontata bene e senza retorica. E, davvero, non lo dico solo perché ho avuto al fortuna di conoscerla di persona, non leggo, o se li leggo non ne parlo, veramente mai i libri di chi conosco. Questa è stata una piacevole eccezione.

E se c’è una cosa che mi ha convinto meno del libro è che è sì un libro senza tempo e senza spazio, ma è anche senza età. I personaggi hanno delle età, lo vedi, Mattia ha dodici anni, Sara uguale, Fabio e Dora sono adulti, Elisa, la mamma di Mattia anche, ma non si percepisce affatto questa differenza.
E, se il turbinio di emozioni emerge chiaro e maturo dai personaggi ‘adulti’, come fa, come può uscire allo stesso modo anche da preadolescenti?
Pur cercando di capire la dimensione di “non-luogo” del libro, pur cercando di entrare in quella dimensione liquida e senza contorni, ho avuto difficoltà a credere che certi discorsi, un determinato lessico, dei sentimenti così strutturati, potessero venire da un dodicenne. Questo, davvero, l’unico punto che mi ha lasciata perplessa.

Per il resto, Fino all’ultimo inverno è un viaggio da leggere, tra le pagine e dentro noi stessi, anche.

Per chi si sente solo, per chi è stato abbandonato, per chi si occupa delle solitudini altrui per non pensare alle proprie, per chi fugge, corre da un posto all’altro, soffre e poi scopre che la miglior fuga è tornare a casa.

Fino all'ultimo inverno

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